Freud o l’interpretazione dei sogni. Un’escursione teatrale.

 

 

Quello che state per leggere è soprattutto il racconto di una serata a teatro sperimentata da un punto di vista – a dir poco – insolito.

Avere la possibilità di entrare nel teatro ancora vuoto, le sedie ferme, come fossero ariose e calme ai loro blocchi di partenza, mentre le persone laggiù, sul palco, ancora lavorano e si preparano in quel clima da “quiete prima della tempesta” è un privilegio, infatti, più unico che raro e merita di essere condiviso.

Privilegio che, personalmente, devo all’invito di Intesa Sanpaolo Giovani (su Instagram @intesasanpaologiovani, su Twitter @IntesaSPgiovani) che, con gli hashtag #sharingarts #sharingmusic e #sharingfuture, sta portando avanti progetti di diffusione e, appunto, condivisione delle arti sul web.

Insieme ad altri cinque colleghi blogger e giornalisti, sono stata dunque coinvolta anche io in un incontro a immersione – ma mi è piaciuto pensarla un po’ come un’escursione vera e propria – nel “dietro le quinte” di uno spettacolo teatrale. Uno spettacolo teatrale, lo anticipo già, bellissimo*, dal titolo Freud o l’interpretazione dei sogni al Piccolo Teatro di Milano. 

Il benvenuto ci è stato dato da Marco Rossi che ha curato la scenografia. Con professionalità consumata, ci ha raccontato come non sia stato affatto semplice, ma senz’altro piuttosto stimolante, costruire lo scenario di una rappresentazione che ha una conformazione, per la maggior parte del tempo, immateriale. Legata anzi alla materia più impalpabile eppure più profonda (e, scopriremo, utile) ovvero quella dei sogni. Studiare la sceneggiatura, adattata dal testo di Stefano Massini [L’interpretatore dei sogni, pubblicato a novembre da Mondadori], con la regia di Federico Tiezzi, si è configurata ben presto dunque per lui come una grande sfida.

A mio modesto parere, una sfida vinta. Sul palco, si nota subito una solenne eleganza resa con semplicità. Si vedono elementi in cui si intervalla una sequenza di porte che si aprono su sfondi verdi – che trasmettono un senso di mistero e insieme libertà – e un prato di rafia, realizzato a mano, con mobilio e statue, a riprodurre fedelmente ciò che doveva esserci per davvero nello studio di Sigmund Freud.

Una parola che saltava alla mente, ascoltando Marco Rossi parlare è stata: lavoro. Declinato nella gamma che va dalla fatica alla soddisfazione. Dagli sforzi alla gioiosa perfezione.

Da qui in avanti, ci siamo addentrati nei meandri del teatro. Una passeggiata che per qualche minuto ci ha fatti assomigliare tutti quanti un po’ ad Alice, quando si inoltra nel Paese delle Meraviglie. Ci ha presi ora in carico Gianluca Sbicca, il costumista dello spettacolo. Ci ha accompagnati passo passo nei particolari del suo mestiere mostrandoci le stoffe, sfogliando per noi i quaderni con le suggestioni per i costumi che, nella loro eleganza perturbante, riprendono con fedeltà lo stile del periodo – la secessione viennese – quando infatti prendeva forma il corpus degli studi freudiani, trasformando per sempre il corso della Storia dell’umanità.

A me è tornata in mente mia nonna [giacché si parla di psicanalisi] e la sua macchina da cucire, le sue scatoline di latta piene di bottoni e fili che sono fili della memoria, il suo mestiere di stiratrice nelle case e in tintoria che, non so perché, ho sempre immaginato al contempo solitario e pieno di intensità e risate.

Qui, in questa sartoria teatrale e professionale, con grandi scatole piene di oggetti di scena, “fiocchi vari, bretelle, nastri”, suddivisi per personaggi della commedia dell’arte, mi è parso di entrare direttamente nella pancia di qualcosa altrimenti inaccessibile, il teatro con la magia che lo ammanta, e di vedere e toccare con mano come le cose, anche quelle più complesse e articolate, ad esempio i sogni, si compongono di dettagli piccoli come punte di spillo.

E infine, lo spettacolo.

Provando, la notte, una volta tornata a casa, a descriverlo alle persone care all’inizio non ci sono ben riuscita. Mi veniva da dire solo: bellissimo! Consapevole del debito, della gratitudine anzi, che moltissimi di noi devono a ciò che Freud ha capito del funzionamento della mente e dei comportamenti, dopodiché, mi sono messa d’impegno e ho provato a dirlo (con parole mie).

Si tratta dunque di una messa in scena di alcuni casi clinici, alcuni pazienti veri che Freud ha curato, in qualche caso risolvendo e guarendo le loro patologie, in altri casi fermandosi di fronte all’insondabile. E non solo: si tratta anche della narrazione dei loro sogni – e di quelli di Freud stesso – trattati dal regista come piccoli – labirintici – enigmi.

Questo concetto del “risolvere” un enigma così come capire, minuzia dopo minuzia, terrore dopo terrore, gioia dopo gioia, sollievo dopo sollievo, tutti i singoli elementi dei sogni delle persone è ciò che rende la scoperta dell’interpretazione dei sogni stessi una della massime rivelazioni mai date da un uomo agli altri uomini.

A rendere tutto questo vivo è lui, Freud in persona, umano, autentico. Interpretato magistralmente da Fabrizio Giufuni che sta in scena due ore e mezza senza esitazioni, senza stancarsi, senza vacillare tranne quando è anche il suo alter ego, Sigmund, a inciampare, a essere fragile.

A dare allo spettacolo il massimo impatto possibile è un uso di elementi scenografici (che noi all’inizio non abbiamo visto, aumentando la sorpresa) in forma di led che rappresentavano parole-chiave dei sogni dei sognatori. E l’apparizione intermittente di animali: enormi teste di lucertole che camminano e che alla fine si sveleranno per chi sono veramente.

Parole, ricordi, esitazioni, nevrosi, errori, segreti, bende sugli occhi, fiori, abiti, volti trasfigurati, corpi addormentati: l’inconscio che, per un’operazione misteriosa che può solo avvenire in quella “scatola magica” in cui tutto è possibile, prendeva vita anch’esso come il personaggio per eccellenza.

Quindi tu, che guardi, sei di fronte al loro inconscio, al tuo, probabilmente a quello degli attori. E di tutti gli altri spettatori come te.

Il coraggio e la riuscita di una tale impresa sono valsi un lunghissimo applauso che io, da torinese, mi sono in parte persa per correre a prendere l’ultimo treno verso casa.

Ma questa esperienza non mi ha lasciata come prima. Mi ha cambiata. Vedere in scena cosa succede – cosa è successo storicamente – quando è cominciata l’indagine su quanto abbiamo di più caro, complesso e profondo nella vita, ovvero i sogni, mi ha resa felice, confortandomi mi ha dato da pensare e, al contempo, regalato un incredibile senso di leggerezza.

Per chi dunque volesse vedere lo spettacolo, è ancora possibile fino all’11 marzo e qui ci sono tutte le specifiche per biglietti, orari e particolari interessanti.

Per le foto e per l’invito, ringrazio Intesa San Paolo Giovani. 

* ci tengo a specificare che non sono una critica né letteraria né teatrale per cui tutto ciò che si trova qui espresso è semplicemente il frutto di una osservazione da spettatrice.
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Me, Natalia and I.

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Qualche giorno fa ho letto un post su un blog che seguo con piacere, quello di Ilaria Ruggeri. Un post che mi ha trasportata e messo allegria. Ilaria parla della sua musa, Iris Apfel, una donna che la ispira e le fa venir voglia di assomigliarle o di prendere spunto dai suoi insegnamenti per condurre la propria vita, il proprio cammino creativo anche.

Così ho pensato: chi è la mia musa ispiratrice? A chi vorrei assomigliare?

Beh, la mia risposta è senz’altro Natalia Ginzburg. 

Una doverosa premessa: credo che avere una musa ispiratrice, per chi ama scrivere, sia importante ma naturalmente ciò non significa che io mi senta brava come lei, se mai fosse necessario specificarlo. Questo per dire che avere una musa ispiratrice è un fatto di umiltà in cui ci si può dire allo specchio: io sono un puntino nell’Universo ma questo non mi impedisce di osservarne la grandezza e di ammirare le stelle luminose nel firmamento.

Mi ha sorpreso dunque la semplicità e l’immediatezza con cui ho risposto, tra me e me, a questa domanda su chi fosse la mia musa ispiratrice, domanda che mi è arrivata tra capo e collo e per caso, leggendo, appunto, il blog di Ilaria. Insomma, non avevo dubbi: Natalia è sempre stata con me. Vero è che un carnevale mi sono travestita da Virginia Woolf (e posso dire di condividere con Virginia non certo il talento ma un pezzetto di indole nel cascare dentro di me – l’ho scoperto dalle sue lettere – e talune sofferenze) ma alla domanda: a chi vorresti assomigliare – per davvero – la risposta è Natalia Ginzburg.

Ho parlato di lei nella mia newsletter perché di recente ho letto Lessico famigliare. Potrei dire “riletto” ma non ricordavo quasi nulla dalla prima lettura che avevo capito poco anche se questo è uno di quei libri che “sembra” di aver letto nella vita, come Proust o Melville. Il mio amore per Natalia è nato, piuttosto, dai saggi delle Piccole virtù, non con i romanzi che ho letto più tardi nel tempo.

Questo amore è sbocciato sui banchi di scuola al liceo quando la professoressa di italiano mi infilò di contrabbando sotto il banco (forse non andò proprio così, me lo consigliò solamente…) questo piccolo libro che poi ho ricomprato mille volte perché lo regalavo e lo prestavo agli amici. E tuttavia è buffo per me notare che la gran parte delle copie dei libri che ho della Ginzburg siano in lire.

Lire 14.000: è il prezzo per scoprire quali virtù siano piccole e quali invece da perseguire.

“Per quanto riguarda l’educazione dei figli, penso che si debbano insegnar loro non le piccole virtù, ma le grandi”.

Tutto quel piccolo libro mi colpì profondamente come un’illuminazione. Quella scrittura così lineare eppure assai riconoscibile, così facile e complessa mi ha fatto immergere in un mondo di parole fatto di chiarezza e dolore, autenticità e allegria, luce e ombra.

Con Natalia Ginzburg, poi, mi piace sognare di avere delle coincidenze in comune e le racconto per chi ama queste cose, niente di serio ma fa umore: lei è morta il 7 ottobre del 1991 e il 7 ottobre di quest’anno io mi sono sposata. E mi sono sposata per allegria, senza dubbio e Ti ho sposato per allegria è il titolo di una delle sue commedie per il teatro più famose. Lei è nata a Palermo come mia madre ma poi è cresciuta nello stesso quartiere dei miei nonni a Torino. Penso che mia nonna sarebbe potuta benissimo essere una delle stiratrici che lavoravano a servizio della sua ricca e scombiccherata famiglia. I suoi assurdi, ingombranti genitori sono sfollati nelle campagne vicino a Ivrea dove anche i miei nonni sono sfollati durante la seconda guerra mondiale e chissà si saranno anche visti qualche volta.

Quanto al carattere, si credeva che lei fosse una “finta tonta”, così dicevano i suoi amici subito pronti a smentire tutto e dichiarare anche l’esatto opposto, ovvero che fosse lucidissima e questa cosa mi piace, vorrei averla anche io. E poi la casa editrice Einaudi che lei ha visto nascere e che racconta nel Lessico e io ho così ammirato la sua vita da aver nel mio piccolo dato a un personaggio dell’unico romanzo che fino a ora ho pubblicato il nome di suo marito, Leone. E ho amato di lei l’osservazione che fa della famiglia, la sua ma anche quella degli altri, pubblicando La famiglia Manzoni e girando intorno alla cronaca, alla verità. E la sbobinatura della sua lunga intervista alla radio: È difficile parlare di sé  e tutti gli altri suoi lavori che a me non danno senso di inferiorità ma affetto, allegria, ammirazione e voglia di leggere e scrivere (e vivere). E infine, ci sono le cose che di lei vorrei avere e che non ho ancora e che prendo come ulteriori insegmanenti. Le elenco:

  • Il “non dare spago”. La Natalia bambina in Lessico famigliare “non dà spago”, così dice sua mamma. Sta sulle sue, abita il proprio mondo, specialmente interiore, senza farsi condizionare, senza paura. Con tante paure, o meglio, ma nessuna al tempo stesso. Se potessi chiedere un dono, chiederei questo. Essere profondamente centrata su di sé e al contempo lucidamente e amorevolmente sugli altri è stata la sua forza.
  • Le traduzioni: era una brava traduttrice, lo fu di Proust ma anche di parecchi altri autori.
  • Il “non fare niente”. In un’intervista su Lessico famigliare le viene chiesto: – che cosa fa quando non scrive? – Non faccio niente. Risponde. Ecco, non che io possa potermi permettere di non fare niente e penso pochi di voi all’ascolto. Però credo si tratti di uno stato mentale e di un fatto di devozione al proprio lavoro. Quella che oggi chiamerebbero “focalizzazione”.
  • La resistenza, il senso pratico, la compostezza, il coraggio di vedere le cose come se fosse la prima volta, lo sguardo incantato.

 

Dulcis in fundo, vi lascio questo link. Si tratta di una fantastica lettura di Toni Servillo di testi di Natalia Ginzburg. Ero presente all’Auditorium del grattacielo Intesa Sanpaolo quella sera e posso dire che è stata una delle più emozionanti esperienze letterarie della mia vita.

Spero che questo articolo sia da spunto ad altri, come è stato per me quello di Ilaria, per fare una ricognizione su chi sia la propria o il proprio muso ispiratore. Buona ricerca!

 

 

Buone feste + racconto di Natale.

C’era una volta una vecchina che se ne stava tutti i giorni seduta su una panchina a fianco di un palazzo storico in una grande città dell’Occidente. Vestita di scuro, capelli lunghi raccolti in alto sulla nuca. Stava lì senza domandare nulla, ma poteva essere scambiata per una di quelle persone che fanno l’elemosina.

Accadde un giorno che un ragazzino sui dodici anni le mise in mano una moneta.

– Vecchina, questa realizza il tuo desiderio. Non devi far altro che esprimerlo. Ma si avvererà solo se è autentico. La moneta sa distinguere i falsi desideri.

La donnina osservò la moneta: era colorata di viola, giallo e blu e c’era disegnato un animale dentro che lei non conosceva.

– Il desiderio? Ma io non ho desideri.

– Non è possibile!

Esclamò il dodicenne.

– Tutti hanno almeno un desiderio nella vita.

– Ora che ci penso, ne ho.

Fu così che la vecchina espresse parecchi desideri: vendicarsi di un antico torto, vincere a un gratta e vinci, fare lo sgambetto a una signora con la pelliccia, tornare giovane.

Passavano i giorni, però, e non succedeva nulla.

La vecchina rimproverò il bambino, quando lo rivide, una settimana dopo.

– Non funziona!

– Certo che funziona. Con me ha funzionato! Riprova e vedrai.

Passò un’altra settimana e la vecchina espresse nuovi desideri: trasformarsi in un cavallo selvaggio e correre nel deserto, volare, vivere per sempre, comprare una villa, girare in limousine. Ma niente, nessuno di questi desideri si avverava mai.

– Allora, dimmi il tuo che prendo spunto.

Quasi gridò, quando rivide il ragazzino, due settimane più tardi.

– Se proprio insisti: una bicicletta.

– Una bicicletta?

– Sì, ho desiderato una bicicletta e l’ho avuta.

La vecchina rimase colpita dal desiderio insignificante del ragazzino. Ma segretamente, volle imitarlo e si concentrò sulla cosa più semplice, quella che voleva davvero da tanto tempo.

– Parlare con qualcuno!

Sbottò quasi. E il ragazzino disse:

– Vedi, si è avverato.

– Tutto qui?

– Tutto qui.

Rispose lui, salendo sulla sua bicicletta.

buone_feste_Cosimo

Cose da blogger a novembre.

Dirvi quanto ho riflettuto in questi ultimi tempi sulla natura e sul ruolo del (più sovente della giovane) blogger potrebbe rivoltarmisi contro: vi apparirei come una persona dotata di un sovrappiù di neuroni – e fin qui sarebbe bello – alquanto però ben mal utilizzati.

Mi limito a dirvi allora che ci ho pensato un (bel) po’. Se avete seguito la mia vicenda fino a oggi, forse già sapete che per dieci anni qui sul web ho tenuto un blog di libri (e un po’ di vita sociale, per di più torinese). E mi tocca riconoscere che di avventure e di incredibili scenari – grazie proprio al blog “Tazzina-di-caffè” – ne ho visti innumerevoli. Dopodiché si è rotto qualcosa, per farla enfatica potrei dire “dentro di me”, o più semplicemente mi sono resa conto di essermi fatta troppo poco furba e ho notato che, non solo il mondo nel quale volevo operare, cioè l’editoria & affini, apprezzava e utilizzava il mio lavoro per dare valore ai propri autori e libri in uscita ma che anche tante ragazze hanno mutuato la mia originaria idea per costruire i propri progetti editoriali online.

Benché non fosse certo la prima volta in cui mi capitava di veder copiate le mie idee da qualcuno in modo più o meno dimostrabile e senza grazia da chi si crede nel giusto ammantandosi di umiltà e superiorità “morale”; in questi ultimi anni il fatto, per diverse ragioni, mi ha fatto arrabbiare più che prima e mi ha resa più incerta. Forse perché nel web avevo investito tanto emotivamente e ricordo bene la potenza degli inizi quando tutto sembrava non solo possibile ma buono e autentico nel sacro nome della “condivisione”. Invece, mi sbagliavo. La virulenza di alcuni comportamenti umani, tipici di chi ha sempre la verità in tasca, e l’ambizione fine a se stessa come sinonimo di tenacia, si è rivelata vecchia come il modo e capace di riformarsi, con buona pace della tecnologia, come la coda di una lucertola. In una parola: gattopardescamente le dinamiche sono sempre le stesse da che il mondo è mondo.

A malincuore, dunque, ma forse nemmeno tanto, a un certo punto ho capito che tutto il mondo un po’ magico che credevo di aver costruito, legato alle tazzine di caffè e ai libri, in quella forma lì, semplicemente non mi apparteneva più. Ma non tutto il male viene per nuocere perché, incredibilmente, dal momento in cui ho detto “basta” per davvero con quella realtà e quel modo d’essere, va sempre un po’ meglio! In fondo, non saranno delle tazze fumanti a fare un’identità intera. Forse in fondo è preferibile essere quelli ingenui cui rubano le idee che quelli scaltri che le rubano sentendosi nel pieno diritto ed esibendosi come innocenti ma, guarda caso, potentissimi. E poi, alcune cose – ribadisco – proprio non si cambiano, meglio allora, a una certa, cambiare se stessi.

Riparto dunque da questo nuovo angolo di osservazione, questo nuovo blog, parlandovi però degli ultimi bellissimi impegni che avevo preso proprio “in qualità di blogger”.

Beninteso: non voglio certo abbandonare il mondo dei libri perché, come per tanti, è anche il mio mondo e sono sicura che ci sia posto per tutti.

Semplicemente, i prossimi eventi letterari, se mi capiterà di viverli, me li gusterò in una nuova veste. Sono sicura che questo cambiamento sia possibile e magari anche interessante (spero) per qualcuno.

I tre eventi che mi hanno vista impegnata a novembre ancora un po’ come “blogger” a metà, sono stati comunque particolarmente intensi e li ho vissuti insieme a persone che stimo e rispetto tanto. Eccoli qui:

  1. Libri in Nizza. Ho raccontato questo evento su twitter (@Noemi_Cuffia) con l’hashtag #LibriInNizza2017 in squadra con la mia amica @bauduccosara. Partecipare con lei a questo tipo di eventi è tradizione e felicità, per me. L’evento ha coinvolto autori e artisti che si sono susseguiti sul palco del suggestivo Foro Boario della cittadina di Nizza Monferrato. Vi consiglio di seguire le future edizioni perché è una realtà tanto consolidata quanto in piena espansione e poi, sarà forse banale dirlo, ma da quelle parti si sta divinamente e si mangia bene.
  2. Cicatrici oltre il buio. Ho avuto l’onore di presentare il romanzo/reportage di Francesca Gerbi. Un’autrice giovane e piena di talento che ha gettato il cuore oltre l’ostacolo raccontando diciassette vite, oltre alla sua, di persone che hanno subito una menomazione fisica, imparando a uscire dal loro buio trovando in sé e negli altri le risorse. Non ho le parole per descrivere l’emozione di questo incontro, vi rimando alla lettura delle storie che, come sempre, hanno l’ultima, di parola. Vedi  poi alla voce: si mangia bene anche qui.
  3. Nel paese di Mister Coltello. Era la seconda volta – la prima a maggio al Salone del Libro – che mi capitava di incontrare Federica Iacobelli e Leonard Pop, gli autori di un romanzo affiancato da tavole entrambe sulle tracce della vita di David Bowie. Dialogare con i due autori e artisti è stato per me un grande privilegio. Sono persone cui mi sono legata da una indescrivibile sintonia che spero continui nel tempo. E dulcis in fundo, anche alla Luna’s Torta, la libreria con cucina dove si è tenuto l’incontro, la tavola è ottima per cui posso affermare che a novembre mi sono nutrita parecchio e non di sola letteratura.

Questo, per il mio novembre, è tutto. Ci risentiamo tra un po’, when I come around. Non mi pongo scadenze perché è un periodo intenso di lavoro, ma ragionevolmente scriverò tra un mesetto. Spero di ritrovarvi ancora lì.

 

To come around.

giraffaA febbraio scatteranno i miei dieci anni sul web con Tazzina-di-caffè, un blog letterario che è stata la mia casa per tutto questo tempo. Ho raccontato la mia avventura online un po’ ovunque ma per un riassunto veloce e chiaro c’è questo sito, qui.  

Qualche anno fa “Tazzina”, il mio amato blog, ho provato anche a chiuderlo. Non stavo più bene in quella veste e in un post di saluto avevo scritto che i miei amici lettori non avrebbero più trovato il blog per quello che era. Ed è stato un po’ così: ho rallentato, ho scritto meno, con una passione che, pur restando viva, sembrava diminuire di giorno in giorno, quasi sbiadire come una polaroid degli anni Novanta.

Però di chiuderlo definitivamente non ne sono stata capace.

Cosa era successo? Tante cose. Non mi sentivo più a mio agio. Ricevevo molte richieste di partecipare a eventi legati ai libri ma non riuscivo a farmi retribuire, la mia scrittura ne risentiva, ho lavorato poco e male, mi sentivo fuori posto. Negli ultimi tempi, le cose per certi versi non sono migliorate, anche se finalmente ho cominciato a lavorare di più e sul serio. Negli ultimi tempi al contempo, relativamente al discorso “Tazzina”, ho cominciato a stare sempre peggio, a soffrire e a provare rabbia e tristezza fino a chiedermi se fosse giusto, se me lo meritassi, in fondo non capivo dove avessi sbagliato. La risposta è forse che sono stata poco scaltra.

Come saprete, infatti, la competizione in questo ambiente (editoria e affini) è senza scrupoli e parecchie persone è come se si fossero appropriate della mia idea originale (libro + tazza di caffè) utilizzando non solo l’idea senza contattarmi ma mutuando anche il mio modo di esprimermi in un’operazione più simile al plagio che al gentile scambio di visioni. Se è vero, infatti, che ci si influenza un po’ tutti a vicenda, è altrettanto vero che le più semplici regole del rispetto implicano il dialogo, la gentilezza, un po’ di collaborazione che invece non ho visto, non ho sentito. Quel che ho visto è un farsi strada a tutti i costi senza rete, senza simpatia.

Dei molti che “osannavano” il mio lavoro sono rimasti in pochi i miei amici perché si sa che il mercato va così e a volte (non sempre per fortuna) le attenzioni, i soldi e la benevolenza vanno dove c’è l’hype del momento, con buona pace di chi ha fatto nascere l’idea. E forse è anche normale che sia così. Da un lato, senz’altro ho la certezza che quell’idea funzionava tanto bene da smuovere parecchio le acque e dall’altro lato, come una saggia mamma, adesso dovrei essere pronta a lasciarla andare.

Per questo, oggi è la volta buona: la mia avventura decennale con “Tazzina” finisce davvero qua. Non cambia, non resta in sordina, non recensisce qualche libro sì e qualcuno no. Quel progetto finisce proprio del tutto. Avrei voluto dirvelo il 14 febbraio chiudendo il decennio ma chi se ne frega di strategie e scadenze, sento che devo comunicarvelo ora e mi fido del mio istinto, per questa volta.

[Da bambina, siccome ero alta e goffa, mi chiamavano “giraffa” ma non voglio tenere la testa, come una vera giraffa, troppo lontana dalla pancia e dal cuore. Qualcosa mi dice che questo è il momento di cambiare e spero sia la strada da percorrere].

Che siano altri a godersi i frutti delle mie idee, continua a non farmi certo piacere e la scelta di chiudere la saracinesca del mio progetto non è indolore e può sembrare anche un vago modo per farmi notare ma credetemi, ci rifletto da tanto e non è questo lo scopo. A riprova posso dirvi che non intendo proprio più parlare di libri in rete, o per lo meno di farlo in modo strutturato come si converrebbe in un lit blog. Non mi sento, infatti, più una “bookblogger”. Sarà che si cambia, sarà che per certi versi non mi ci sono mai sentita. In un mondo internettiano in cui il blogging ha tante facce – chi lo fa per lavoro, chi lo paragona a un gioco da “veline”, chi si definisce blogger senza avere un blog e chi non sa ancora cosa vuol dire versus chi ne dichiara la morte come si fa dei romanzi ogni anno – io non riesco più a vederci la mia identità.

Tanto tempo fa qualche amico mi ha fatto una profezia: “adesso ti cercano tutti ma vedrai che in poco tempo nessuno si ricorderà più di te”. Non la presi benissimo, ma forse, col senno di poi, aveva ragione e soprattutto, a ben vedere non è poi così male. Mi spiego meglio: non voglio essere ricordata per l’ombra di me stessa o come “una delle tante” che fanno pubblicità ai scrivono di libri sul web senza essere né carne né pesce. Sono troppo viva per “finire” così. Semplicemente, ho voglia di andare avanti, di fare un giretto e di rinascere.

Pensavo da tempo a come fare. Mentre a nascere son capaci tutti, infatti, per rinascere ci vuole un po’ più di ragionamento, credevo io. Invece, l’idea mi è venuta in un sogno, come spesso accade per le cose semplici o per lo meno autentiche. Mi sono appisolata e ho sognato una canzone. Questa. Una canzone del 1994 dell’album Dookie dei Green Day. L’ho proprio sognata, come un ricordo che affiorava dall’inconscio.

Quell’anno avevo quattordici anni e una parte di me, anche oggi che sono una persona adulta e addirittura sposata, ha ancora quella curiosità e quella malinconica allegria nascosta in qualche tasca dei jeans. Nel video, Billie Joe Armstrong cammina con i suoi amici per strada. E nelle case, la gente vive le proprie storie, ognuno osservando gli altri dalla finestra. Un video tra i più letterari che ci siano, a mio parere.

La vita e la scrittura sono tutto un guardare gli altri dalla finestra e al contempo camminarsela per la propria strada con gli amici.

To come around, ho poi scoperto, significa: ripresentarsi, avvenire nuovamente, cambiare opinione, passare a trovare, fare visita a qualcuno, riprendere conoscenza.

Insomma, in quella canzone, che mi è venuta a trovare come i migliori spiriti guida mentre ero addormentata, contiene tutte le cose che oggi sento e mi ha dato una  bella svegliata. In fondo, anche il claim di “Tazzina-di-caffè” era proprio “per rimanere svegli”.

Che ci scriverò qui sopra? Beh, tornerà a essere il mio spazio, la mia casa, senza restrizioni tematiche. Per la cronaca, ho avviato alcuni altri spazi simili in passato; da brava traslocatrice seriale, di case ne ho cambiate già tante. Non infinite ma tante il giusto per domandarmi dove siano finite le mie radici. C’è un momento però in cui si mette su casa, con la C maiuscola, per davvero. Almeno, per me è arrivato e sta succedendo così. E l’ho scelto volentieri. Nella vita quotidiana come nella scrittura, adesso mi sento più stabile. Dal canto mio posso dirvi anche che, dopo tanti tentativi letterari fallimentari al massimo, sto lavorando a nuovi progetti e senz’altro tanta speranza che vengano alla luce. Per guadagnarmi il pane, invece, faccio sempre le stesse cose per la pubblicità e qualche volta anche per l’editoria.

Ci sentiamo presto allora, when I come around.