Quello che state per leggere è soprattutto il racconto di una serata a teatro sperimentata da un punto di vista – a dir poco – insolito.

Avere la possibilità di entrare nel teatro ancora vuoto, le sedie ferme, come fossero ariose e calme ai loro blocchi di partenza, mentre le persone laggiù, sul palco, ancora lavorano e si preparano in quel clima da “quiete prima della tempesta” è un privilegio, infatti, più unico che raro e merita di essere condiviso.

Privilegio che, personalmente, devo all’invito di Intesa Sanpaolo Giovani (su Instagram @intesasanpaologiovani, su Twitter @IntesaSPgiovani) che, con gli hashtag #sharingarts #sharingmusic e #sharingfuture, sta portando avanti progetti di diffusione e, appunto, condivisione delle arti sul web.

Insieme ad altri cinque colleghi blogger e giornalisti, sono stata dunque coinvolta anche io in un incontro a immersione – ma mi è piaciuto pensarla un po’ come un’escursione vera e propria – nel “dietro le quinte” di uno spettacolo teatrale. Uno spettacolo teatrale, lo anticipo già, bellissimo*, dal titolo Freud o l’interpretazione dei sogni al Piccolo Teatro di Milano. 

Il benvenuto ci è stato dato da Marco Rossi che ha curato la scenografia. Con professionalità consumata, ci ha raccontato come non sia stato affatto semplice, ma senz’altro piuttosto stimolante, costruire lo scenario di una rappresentazione che ha una conformazione, per la maggior parte del tempo, immateriale. Legata anzi alla materia più impalpabile eppure più profonda (e, scopriremo, utile) ovvero quella dei sogni. Studiare la sceneggiatura, adattata dal testo di Stefano Massini [L’interpretatore dei sogni, pubblicato a novembre da Mondadori], con la regia di Federico Tiezzi, si è configurata ben presto dunque per lui come una grande sfida.

A mio modesto parere, una sfida vinta. Sul palco, si nota subito una solenne eleganza resa con semplicità. Si vedono elementi in cui si intervalla una sequenza di porte che si aprono su sfondi verdi – che trasmettono un senso di mistero e insieme libertà – e un prato di rafia, realizzato a mano, con mobilio e statue, a riprodurre fedelmente ciò che doveva esserci per davvero nello studio di Sigmund Freud.

Una parola che saltava alla mente, ascoltando Marco Rossi parlare è stata: lavoro. Declinato nella gamma che va dalla fatica alla soddisfazione. Dagli sforzi alla gioiosa perfezione.

Da qui in avanti, ci siamo addentrati nei meandri del teatro. Una passeggiata che per qualche minuto ci ha fatti assomigliare tutti quanti un po’ ad Alice, quando si inoltra nel Paese delle Meraviglie. Ci ha presi ora in carico Gianluca Sbicca, il costumista dello spettacolo. Ci ha accompagnati passo passo nei particolari del suo mestiere mostrandoci le stoffe, sfogliando per noi i quaderni con le suggestioni per i costumi che, nella loro eleganza perturbante, riprendono con fedeltà lo stile del periodo – la secessione viennese – quando infatti prendeva forma il corpus degli studi freudiani, trasformando per sempre il corso della Storia dell’umanità.

A me è tornata in mente mia nonna [giacché si parla di psicanalisi] e la sua macchina da cucire, le sue scatoline di latta piene di bottoni e fili che sono fili della memoria, il suo mestiere di stiratrice nelle case e in tintoria che, non so perché, ho sempre immaginato al contempo solitario e pieno di intensità e risate.

Qui, in questa sartoria teatrale e professionale, con grandi scatole piene di oggetti di scena, “fiocchi vari, bretelle, nastri”, suddivisi per personaggi della commedia dell’arte, mi è parso di entrare direttamente nella pancia di qualcosa altrimenti inaccessibile, il teatro con la magia che lo ammanta, e di vedere e toccare con mano come le cose, anche quelle più complesse e articolate, ad esempio i sogni, si compongono di dettagli piccoli come punte di spillo.

E infine, lo spettacolo.

Provando, la notte, una volta tornata a casa, a descriverlo alle persone care all’inizio non ci sono ben riuscita. Mi veniva da dire solo: bellissimo! Consapevole del debito, della gratitudine anzi, che moltissimi di noi devono a ciò che Freud ha capito del funzionamento della mente e dei comportamenti, dopodiché, mi sono messa d’impegno e ho provato a dirlo (con parole mie).

Si tratta dunque di una messa in scena di alcuni casi clinici, alcuni pazienti veri che Freud ha curato, in qualche caso risolvendo e guarendo le loro patologie, in altri casi fermandosi di fronte all’insondabile. E non solo: si tratta anche della narrazione dei loro sogni – e di quelli di Freud stesso – trattati dal regista come piccoli – labirintici – enigmi.

Questo concetto del “risolvere” un enigma così come capire, minuzia dopo minuzia, terrore dopo terrore, gioia dopo gioia, sollievo dopo sollievo, tutti i singoli elementi dei sogni delle persone è ciò che rende la scoperta dell’interpretazione dei sogni stessi una della massime rivelazioni mai date da un uomo agli altri uomini.

A rendere tutto questo vivo è lui, Freud in persona, umano, autentico. Interpretato magistralmente da Fabrizio Giufuni che sta in scena due ore e mezza senza esitazioni, senza stancarsi, senza vacillare tranne quando è anche il suo alter ego, Sigmund, a inciampare, a essere fragile.

A dare allo spettacolo il massimo impatto possibile è un uso di elementi scenografici (che noi all’inizio non abbiamo visto, aumentando la sorpresa) in forma di led che rappresentavano parole-chiave dei sogni dei sognatori. E l’apparizione intermittente di animali: enormi teste di lucertole che camminano e che alla fine si sveleranno per chi sono veramente.

Parole, ricordi, esitazioni, nevrosi, errori, segreti, bende sugli occhi, fiori, abiti, volti trasfigurati, corpi addormentati: l’inconscio che, per un’operazione misteriosa che può solo avvenire in quella “scatola magica” in cui tutto è possibile, prendeva vita anch’esso come il personaggio per eccellenza.

Quindi tu, che guardi, sei di fronte al loro inconscio, al tuo, probabilmente a quello degli attori. E di tutti gli altri spettatori come te.

Il coraggio e la riuscita di una tale impresa sono valsi un lunghissimo applauso che io, da torinese, mi sono in parte persa per correre a prendere l’ultimo treno verso casa.

Ma questa esperienza non mi ha lasciata come prima. Mi ha cambiata. Vedere in scena cosa succede – cosa è successo storicamente – quando è cominciata l’indagine su quanto abbiamo di più caro, complesso e profondo nella vita, ovvero i sogni, mi ha resa felice, confortandomi mi ha dato da pensare e, al contempo, regalato un incredibile senso di leggerezza.

Per chi dunque volesse vedere lo spettacolo, è ancora possibile fino all’11 marzo e qui ci sono tutte le specifiche per biglietti, orari e particolari interessanti.

Per le foto e per l’invito, ringrazio Intesa San Paolo Giovani. 

* ci tengo a specificare che non sono una critica né letteraria né teatrale per cui tutto ciò che si trova qui espresso è semplicemente il frutto di una osservazione da spettatrice.
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...